LA FABBRICA DELLE MALATTIE

 

Edizioni Minerva Medica. Febbraio 2019. ISBN-13 978-88-7711-925-4

 

Questo testo ha lo scopo di spiegare ad un vasto pubblico la correlazione esistente tra agenti inquinanti e danno alla salute. Per comprendere appieno tale danno, però, è necessario un sacrificio: apprendere alcune nozioni di biochimica e di genetica. Tali nozioni saranno esposte nel linguaggio più semplice possibile, necessario per rendere accessibile la lettura del testo a tutti ma non per questo elementare. Il testo è stato redatto con chiaro intento divulgativo e non didattico-scientifico in senso stretto: dopo averne appreso il contenuto, il lettore sarà nella condizione di comprendere cosa sta succedendo all’organismo esposto agli inquinanti e quali sono le dinamiche che si scatenano a livello biologico. In sintesi, ci si potrà rendere conto della gravità del momento storico che ci troviamo a vivere.

INDICE DEI CAPITOLI

La cellula

Genetica, epigenetica, metilazione

Ciclo della metionina

 

Inquinamento e salute

Inquinamento atmosferico

La situazione italiana

Inquinamento nel Sud del mondo

Tossicità da metalli pesanti

Inquinamento e permeabilità intestinale

Inquinamento della catena alimentare

Tossicità dei prodotti usati dall’uomo

Mode giovanili del momento

Disciplina normativa in materia di tutela ambientale

 

 

Disciplina normativa in materia di tutela ambientale

 

 

Sotto un profilo strettamente giuridico il concetto di ambiente si presenta complesso e di difficile determinazione. Una sintesi dello stesso può essere attinta dalla giurisprudenza costituzionale secondo cui “l’ambiente è protetto come elemento determinativo della qualità della vita. La sua protezione non persegue astratte finalità naturalistiche o estetizzanti, ma esprime l’esigenza di un habitat naturale nel quale l’uomo vive ed agisce e che è necessario alla collettività e, per essa, ai cittadini, secondo valori largamente sentiti; è imposta anzitutto da precetti costituzionali (artt. 9 e 32 cost.), per cui esso assurge a valore primario ed assoluto” (Corte Cost. 30.12.1987, n. 641; si veda altresì Corte Cost. n. 85 del 2013). Il concetto ed il valore della tutela ambientale si è sviluppato a partire dalla seconda metà del secolo scorso, subendo iter legislativi eterogenei e travagliati, nonché costituendo il fulcro di continui dibattiti sia a livello nazionale, sia sovrannazionale, sia sul piano politico, sia sul piano prettamente giuridico. Invero, la carta costituzionale del 1948, dal canto suo, non contemplava espressamente il concetto e la nozione di ambiente attuale, in quanto l’art. 9 cost. sancisce il principio che “tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della Nazione”, ma nell’intento dei padri costituenti v’era un’idea di paesaggio limitata a singoli beni.

La prima menzione del termine “ambiente” nella Costituzione italiana deve essere perciò rintracciata nella riforma costituzionale che portò alla modifica dell’art. 117 cost. (L. 18.10.2001, n.3) il quale al comma 2 attribuisce la legislazione esclusiva allo stato anche nella materia della “tutela dell’ambiente, dell’ecosistema e dei beni culturali”.

Dunque, la nozione di “tutela ambientale”, sotto un profilo costituzionale, oggi viene ricavata non da una interpretazione formale della carta fondamentale, bensì sotto un profilo di costituzione materiale. Il concetto di ambiente, come se ne ricava dalla giurisprudenza dominante, è il frutto di una interpretazione di differenti disposizioni e interessi tutelati, contemperati nello stesso testo costituzionale.

Anche la giurisprudenza di legittimità si è espressa sin dai primi tempi sulla materia ambientale, identificando (Cass. Sez. Un. n. 5172 del 1979) il diritto alla salute anche come diritto all’ambiente salubre la cui tutela deve essere equiparata a quella dei diritti fondamentali e inviolabili dell’uomo. Il legislatore italiano si iniziò ad occupare in modo organico della tematica ambientale a partire dalla legge n. 349 del 1986, mentre, storicamente, un interesse particolare in materia di tutela ambientale si è manifestato nelle istituzioni europee. Infatti, la disciplina normativa attualmente vigente in Italia costituisce il risultato di una lunga evoluzione normativa sovrannazionale. L’attuale codice dell’ambiente, adottato nel 2006 con il D.lgs. n. 152, rappresentò il testo normativo con il quale venne recepita la direttiva CE in materia ambientale, la Dir. 2004/35/CE (siffatta direttiva si incentra sul profilo della riparazione del danno, mentre quello risarcitorio occupa una posizione ancillare). Disciplina che, tra l’altro, ha subito nel corso degli anni diverse modifiche a seguito della procedura di infrazione attivata a causa di difformità rispetto alla direttiva CE; modifiche avvenute con l’emanazione del D.L. n. 135/2009 e della “Legge europea 2013” (L. n. 97/2013).

Tuttavia, l’origine della politica ambientale europea può essere rintracciata nel Consiglio europeo del 1972 di Parigi in cui venne dichiarata la necessità di una politica comunitaria su tale tematica. A partire dal 1973, le istituzioni europee emanano programmi pluriennali di azione per l’ambiente (PAA)che delineano gli obiettivi futuri e le proposte legislative per tale politica europea. L’ultimo PAA, emanato nel 2013, fissa tra gli obiettivi, per il periodo sino al 2020, la protezione della natura, una crescita sostenibile, nonché la lotta contro le minacce alla salute legate all’ambiente.

I primi atti normativi vincolanti adottati a livello europeo in materia ambientale possono esser individuati nella direttiva 75/442/CEE sul tema dei rifiuti e nella direttiva 85/337/CEE riguardante la valutazione d’impatto ambientale di progetti pubblici e privati.

Con l’Atto Unico Europeo del 1986, invece, l’ambiente venne inserito nell’art. 100 del Trattato CE e venne altresì inserito un nuovo Titolo dedicato proprio all’ambiente.

Successivamente, con il Trattato di Maastricht l’ambiente divenne ufficialmente un settore della politica dell’UE, anche mediante la valorizzazione del principio di precauzione e del principio di prevenzione.

L’attuale disciplina della politica ambientale europea contenuta nel TFUE adottato a Lisbona si presenta a carattere trasversale. L’art. 11 del TFUE stabilisce infatti che “le esigenze connesse con la tutela dell’ambiente devono essere integrate nella definizione e nell’attuazione delle politiche e azioni dell’Unione, in particolare nella prospettiva di promuovere lo sviluppo sostenibile”. L’art. 191 del TFUE, invece, stabilisce gli obiettivi in materia ambientale, indicando la “salvaguardia, tutela e miglioramento della qualità dell’ambiente, la protezione della salute umana, utilizzazione accorta e razionale delle risorse naturali, promozione sul piano internazionale di misure destinate a risolvere i problemi dell’ambiente a livello regionale o mondiale e, in particolare, a combattere i cambiamenti climatici”; il paragrafo 2 dello stesso articolo individua i principi fondamentali che sorreggono la politica ambientale, indicando i succitati principi di precauzione e di prevenzione, nonché il principio della correzione dei danni causati all’ambiente, che impone una immediata rimozione della fonte di inquinamento, e il principio “chi inquina paga”, in base al quale colui che provoca danni all’ambiente è tenuto al risarcimento della collettività. In relazione all’ultimo principio generale citato, la recente giurisprudenza amministrativa ha statuito che “tanto la disciplina di cui al D.Lgs. n. 22/1997 (art. 17, comma 2), quanto quella introdotta dal D.Lgs. n. 152/2006 (artt. 240 ss.), si ispirano al principio secondo cui l’obbligo di adottare le misure, sia urgenti che definitive, idonee a fronteggiare la situazione di inquinamento, è a carico unicamente di colui che di tale situazione sia responsabile, per avervi dato causa a titolo di dolo o colpa: l’obbligo di bonifica o di messa in sicurezza non può essere invece addossato al proprietario incolpevole, ove manchi ogni sua responsabilità. Il principio “chi inquina, paga” vale, altresì, per le misure di messa in sicurezza d’emergenza (art. 240, comma 1, lett. m), D.Lgs.n.152/2006), sicché anche l’adozione di tali misure è addossata al soggetto responsabile dell’inquinamento (art. 242, D.Lgs. n. 152/2006)” (T.A.R. Toscana, Firenze, Sez. II, 9 dicembre 2015, n. 1676). Secondo l’art. 300 del codice dell’ambiente, il danno ambientale si ha in presenza di qualsiasi deterioramento significativo e misurabile, diretto o indiretto, di una risorsa naturale o dell’utilità assicurata da quest’ultima. Con la succitata legge europea del 2013, di modifica del codice dell’ambiente, è stata altresì introdotta una forma di responsabilità oggettiva, quindi disancorata a fattispecie colpose o dolose, per i casi di danno ambientale causato da una delle attività professionali elencate nell’allegato 5 alla parte VI del D.Lgs. n. 152/2006 (ad esempio operazioni di gestione dei rifiuti, trasporti di merci pericolose, ecc.); per tutte gli altri casi, invece, la responsabilità rimane ancorata ai criteri della colpa e del dolo, sebbene la Corte di Giustizia Europea ha ammesso il ricorso a presunzioni per l’accertamento dell’esistenza di un nesso di causalità in base alla vicinanza degli impianti (CGEU 9 marzo 2010, n. C- 378/08, caso Erg).

Nell’ambito del diritto penale, infine, non possono non essere citate le recenti novità normative introdotte dal legislatore con la L. n. 68 del 22.05.2015 che recepisce la Dir. 2008/99/CE e che introduce quale bene tutelato, l’ambiente in quanto tale. Con tale novità normativa si è provveduto ad una novella del codice penale inserendo il Tit. VI-bis “dei delitti contro l’ambiente” e disciplinando, in particolare il delitto dell’’inquinamento ambientale (art. 252bis c.p.) che punisce chiunque abusivamente cagiona una compromissione o un deterioramento significativo e misurabile “delle acque o dell’aria, o di porzioni estese o significative del suolo o del sottosuolo; di un ecosistema, della biodiversità, anche agraria, della flora o della fauna” e del disastro ambientale (art. 452quater c.p.) che si può estrinsecare nell’alterazione irreversibile dell’equilibrio di un ecosistema; nell’alterazione dell’equilibrio di un ecosistema la cui eliminazione risulti particolarmente onerosa e conseguibile solo con provvedimenti eccezionali; nell’offesa alla pubblica incolumità in ragione della rilevanza del fatto per l’estensione della compromissione o dei suoi effetti lesivi ovvero per il numero delle persone offese o esposte a pericolo.

 

Cenni su diossina e altri contaminanti. Il quadro giuridico generale.

 

Oggi la tutela della salute umana e dell’ambiente ricevono una peculiare attenzione da parte del legislatore, sia esso nazionale che sovrannazionale.

Infatti, i progressi scientifici che si sono susseguiti nel corso degli anni, unitamente a vari incidenti che hanno comportato notevoli danni, hanno canalizzato l’attenzione di tutti gli operatori su temi di tal genere.

Il sistema economico globalizzato, quindi il mercato unico europeo e i traffici transfrontalieri  che caratterizzano le società moderne, impongono un’analisi del tema generale partendo anzitutto dalla disciplina sovrannazionale.

Come si è già visto, il vigente TFUE (trattato sul funzionamento dell’Unione Europea) all’art. 191 prevede gli obiettivi che la politica dell’Unione in materia ambientale contribuisce a perseguire. Il paragrafo successivo prosegue stabilendo che “la politica dell’Unione in materia ambientale mira a un elevato livello di tutela, tenendo conto della diversità delle situazioni nelle varie regioni dell’Unione. Essa è fondata sui principi della precauzione e dell’azione preventiva, sul principio della correzione, in via prioritaria alla fonte, dei danni causati all’ambiente, nonché sul principio chi inquina paga (…)”.

La summenzionata norma del TFUE, quindi, pone i principali obiettivi che l’Unione Europea e i vari stati membri debbono seguire ed attuare attraverso i diversi strumenti legislativi.

La materia ambientale, tra l’altro, rappresenta il settore principale, come esplicitato dalla stessa disposizione, in cui deve essere seguito il principio di precauzione. Per comprendere il significato del principio in questione, ci si può rifare alla definizione fornita dalla Corte di Giustizia europea secondo cui: “Il legislatore dell’Unione deve tenere conto del principio di precauzione, in virtù del quale, quando sussistono incertezze riguardo all’esistenza o alla portata di rischi per la salute delle persone, possono essere adottate misure di protezione senza dover attendere che siano pienamente dimostrate l’effettiva esistenza e la gravità di tali rischi. Qualora risulti impossibile determinare con certezza l’esistenza o la portata del rischio asserito, a causa della natura non concludente dei risultati degli studi condotti, ma persista la probabilità di un danno reale per la salute pubblica nell’ipotesi in cui il rischio si realizzasse, il principio di precauzione giustifica l’adozione di misure restrittive. Tale principio deve, inoltre, essere applicato tenendo conto del principio di proporzionalità, il quale esige che gli atti delle istituzioni dell’Unione non superino i limiti di ciò che è appropriato e necessario per il conseguimento degli obiettivi legittimi perseguiti dalla normativa di cui trattasi, fermo restando che, qualora sia possibile una scelta tra più misure appropriate, si deve ricorrere a quella meno gravosa, e che gli inconvenienti causati non devono essere eccessivi rispetto agli scopi perseguiti” (Corte giustizia Unione Europea Sez. I, 09/06/2016, n. 78/16).

La Commissione europea con la comunicazione 2 del febbraio 2000 ha affermato che “il ricorso al principio di precauzione presuppone l’identificazione di effetti potenzialmente negativi derivanti da un fenomeno, da un prodotto o da un procedimento; una valutazione scientifica del rischio che, per l’insufficienza dei dati, il loro carattere non concludente o la loro imprecisione, non consente di determinare con sufficiente certezza il rischio in questione”.

L’attuazione del principio suddetto, quindi, giustifica la normativa tecnica che prescrive stringenti misure in materia ambientale.

Volgendo lo sguardo al particolare caso della diossina, si può rilevare che la disciplina principale di tale inquinante è stata delineata a partire dal 1990.

Invero, nel 1990 è stata adottata, dalla conferenza del Mare del Nord, la dichiarazione che ha stabilito una riduzione del 70% dell’emissione di diossine, statuendo, anch’essa, il principio di precauzione laddove si legge che “una strategia di precauzione si impone al fine di proteggere il Mare del Nord dai potenziali effetti dannosi delle sostanze più pericolose. Tale strategia può richiedere l’adozione di misure di controllo delle emissioni di tali sostanze prima che sia stabilito formalmente un legame di causa a effetto sul piano scientifico”.

Pur non potendo in questa sede descrivere e analizzare analiticamente i successivi interventi normativi in materia, si possono in ogni caso citare successive fonti del diritto che hanno interessato il tema:

  • la convenzione di Basilea “sul controllo dei movimenti oltre frontiera di rifiuti pericolosi e sulla loro eliminazione” (entrata in vigore nel 1992) che ha incluso tra i rifiuti pericolosi le diossine;
  • la convenzione di Stoccolma del 2001, firmata dall’Italia ma ad oggi non ancora ratificata dal parlamento.

A livello europeo, invece, il tema è stato affrontato mediante diversi regolamenti che, tra i vari strumenti legislativi, rappresenta senz’altro quello più diretto ed incisivo.

Meritano menzione, pertanto, il reg. n. 1881/2006 della Commissione che stabilisce i tenori massimi per i PCB non diossina-simili, le diossine e i furani e per la somma di diossine, furani e PCB diossina-simili in alcuni prodotti alimentari;

Il reg. n. 589/2014 della Commissione, del 02 giugno 2014, che abroga il precedente regolamento del 2012 e stabilisce i metodi di campionamento e di analisi per il controllo dei livelli di diossine, PCB diossina-simili e PCB non diossina-simili in alcuni prodotti alimentari.

La Commissione europea, è intervenuta anche attraverso strumenti non vincolanti, ovvero con la raccomandazione 2013/711/UE che definisce i livelli di azione al fine di stimolare un approccio proattivo volto a ridurre la presenza di policlorodibenzo-para-diossine e di policlorodibenzofurani (PCDD/F) nonché di PCB diossina-simili nei prodotti alimentari.

Le indicazioni inserite nella raccomandazione si prefiggono l’obiettivo di consentire alle autorità competenti, nonché ai vari operatori, di segnalare i casi in cui è opportuno identificare le fonti di contaminazione e prendere provvedimenti per la loro riduzione o eliminazione.

Nell’ambito dell’ordinamento interno, invece, un incidente del 1976 ha condotto ad una storica pronuncia della giurisprudenza di legittimità in tema di responsabilità civile. L’evento è noto come il caso Seveso, poiché una forte esplosione avvenuta all’interno di una fabbrica di Seveso ha provocato, a seguito del propagarsi di una nube di diossina, notevoli danni alla salute e all’ambiente.

La Suprema Corte di Cassazione, con la sentenza del 13.5.2009, n. 11059, ha stabilito il principio secondo cui “Il responsabile del disastro ambientale deve risarcire il danno morale ai residenti nell’area in quanto soggetti a rischio: va ristorata la lesione costituita dalla paura di ammalarsi come conseguenza del reato ex art. 449 cod. pen.”.

Dunque, il quadro giuridico sinteticamente descritto palesa l’assoluta preminenza del tema ambientale, ontologicamente connesso alla tutela della salute, il quale viene analizzato e disciplinato in primo luogo dal legislatore europeo.

L’intera disciplina di natura tecnica è soggetta a continue modifiche dovute agli incessanti progressi scientifici e tecnologici che impongono una persistente revisione accompagnata dagli ormai consolidati principi di precauzione e di prevenzione.

 

Politica di sicurezza alimentare europea

 

Nel settore alimentare l’Unione Europea persegue politiche che vanno ricomprese nell’alveo delle sue competenze concorrenti ma che, nel corso degli anni, si sono mostrate sempre più incisive, con specifiche strategie sviluppate nell’interesse della salute umana e della sicurezza alimentare.

Un processo di integrazione e di uniformazione che, in un sistema globalizzato e moderno, potrebbe (o dovrebbe) diventare sempre più naturale, se non finanche esclusivo.

Tra i documenti istituzionali dell’Unione Europea si legge che la politica alimentare include una esaustiva legislazione sulla sicurezza degli alimenti, dei mangimi e sull’igiene alimentare; una valida consulenza scientifica sulla quale basare le decisioni; controlli e verifiche.

L’ordinamento europeo, mira ad adottare specifiche misure tecniche per quanto riguarda determinati temi come l’uso di pesticidi, integratori alimentari, coloranti, antibiotici e ormoni, oltreché additivi alimentari come conservanti e aromatizzanti; sostanze che possono avere contatti con gli alimenti, tra i quali, gli imballaggi di plastica.

Queste ultime misure, ovviamente, vengono incluse in diverse disposizioni normative il cui contenuto, anche e soprattutto per il continuo progresso scientifico, sono destinate a mutare nel tempo.

A livello istituzionale, è l’Autorità europea per la sicurezza alimentare (EFSA) che avanza, alla Commissione europea e ai paesi membri, un parere tecnico ed indipendente al momento della stesura della legislazione, nonché nelle ipotesi di emergenze alimentari [1].

La Commissione, se sussistono i presupposti, è chiamata ad avvalerti del già accennato principio di precauzione[2].

Attraverso il regolamento (CE) n. 178/2002 del Parlamento europeo e del Consiglio, del 28 gennaio 2002, vengono sanciti i principi e i requisiti generali della legislazione alimentare, e viene costituita la predetta Autorità europea per la sicurezza alimentare, fissando le procedure nel campo della sicurezza alimentare.

Esso disciplina tutte le fasi della produzione, della trasformazione e della distribuzione degli alimenti e dei mangimi, mentre non trova alcuna applicazione in relazione alla produzione primaria per uso domestico privato o alla preparazione, alla manipolazione e alla conservazione domestica di alimenti destinati al consumo domestico privato.

Con alimento, deve intendersi qualsiasi sostanza o prodotto trasformato, parzialmente trasformato o non trasformato, destinato ad essere ingerito, o di cui si prevede ragionevolmente che possa essere ingerito, da esseri umani. Sono comprese le bevande, le gomme da masticare e qualsiasi sostanza, compresa l’acqua, intenzionalmente incorporata negli alimenti nel corso della loro produzione, preparazione o trattamento. Esso include l’acqua nei punti in cui i valori devono essere rispettati come stabilito all’articolo 6 della direttiva 98/ 83/CEe fatti salvi i requisiti delle direttive 80/778/CEEe 98/83/CE.

Il Regolamento n. 178/2002 riporta, nei suoi considerando, quelli che sono gli obiettivi dell’Unione Europea nella materia che interessa, ovvero, come viene denominata dallo stesso legislatore europeo, la “legislazione alimentare”; si legge infatti che “occorre garantire un livello elevato di tutela della vita e della salute umana nell’esecuzione delle politiche comunitarie”, e successivamente si legge che “la Comunità ha scelto di perseguire un livello elevato di tutela della salute nell’elaborazione della legislazione alimentare, che essa applica in maniera non discriminatoria a prescindere dal fatto che gli alimenti o i mangimi siano in commercio sul mercato interno o su quello internazionale”.

Non solo. Nei suoi considerando, il regolamento sottolinea che “è necessario adottare disposizioni atte a garantire che gli alimenti a rischio non siano immessi sul mercato e a predisporre meccanismi per individuare i problemi di sicurezza degli alimenti e reagire ad essi, onde permettere l’adeguato funzionamento del mercato interno e tutelare la salute umana. Sarebbe opportuno affrontare questioni analoghe per quanto riguarda la sicurezza dei mangimi”.

A partire dagli art. 14 e ss. il Regolamento disciplina i requisiti generali della legislazione alimentare, prescrivendo che gli alimenti a rischio non possono essere immessi sul mercato, considerando come alimenti a rischio quelli che sono dannosi per la salute e inadatti al consumo umano. Pertanto, per determinare se un alimento sia a rischio, occorre prendere in considerazione le condizioni d’uso normali dell’alimento da parte del consumatore in ciascuna fase della produzione, della trasformazione e della distribuzione; le informazioni messe a disposizione del consumatore, comprese le informazioni riportate sull’etichetta o altre informazioni generalmente accessibili al consumatore sul modo di evitare specifici effetti nocivi per la salute provocati da un alimento o categoria di alimenti. Prosegue l’articolo 14 sancendo che per stabilire se un alimento sia dannoso per la salute occorre prendere in considerazione non soltanto i probabili effetti immediati e/o a breve termine, e/o a lungo termine dell’alimento sulla salute di una persona che lo consuma, ma anche su quella dei discendenti; i probabili effetti tossici cumulativi di un alimento; la particolare sensibilità, sotto il profilo della salute, di una specifica categoria di consumatori, nel caso in cui l’alimento sia destinato ad essa.

Ancora, per determinare se un alimento sia inadatto al consumo umano, occorre prendere in considerazione se l’alimento sia inaccettabile per il consumo umano secondo l’uso previsto, in seguito a contaminazione dovuta a materiale estraneo o ad altri motivi, o in seguito a putrefazione, deterioramento o decomposizione.

Quindi, se un alimento a rischio fa parte di una partita, lotto o consegna di alimenti della stessa classe o descrizione, si presume che tutti gli alimenti contenuti in quella partita, lotto o consegna siano a rischio a meno che, a seguito di una valutazione approfondita, risulti infondato ritenere che il resto della partita, lotto o consegna sia a rischio.

Le autorità competenti possono adottare provvedimenti appropriati per imporre restrizioni all’immissione sul mercato, o per disporne il ritiro dal mercato, anche di un alimento che sia conforme alle specifiche disposizioni ad esso applicabili; ciò, qualora vi siano motivi tali da far sospettare che, nonostante detta conformità, l’alimento è a rischio.

Da ultimo, è previsto che in assenza di specifiche disposizioni comunitarie, un alimento è considerato sicuro se è conforme alle specifiche disposizioni della legislazione alimentare nazionale dello Stato membro sul cui territorio è immesso sul mercato, purché tali disposizioni siano formulate e applicate nel rispetto del trattato, in particolare degli articoli 28 e 30 del medesimo.

L’intervento nazionale, quindi, nel settore di cui si discute, appare prima facie sussidiario.

L’analisi del quadro giuridico europeo può proseguire con la menzione del Regolamento (CE) n. 396/2005 (12) del Parlamento europeo e del Consiglio, 23 febbraio 2005, concernente i livelli massimi di residui di antiparassitari nei o sui prodotti alimentari e mangimi di origine vegetale e animale che modifica la direttiva 91/414/CEE del Consiglio; – con la direttiva 98/83/CEE (14) del Consiglio, 3 novembre 1998, che stabilisce i criteri concernenti la qualità delle acque destinate al consumo umano al fine di fissare norme di qualità essenziali a livello comunitario che tutte le acque destinate a tal fine devono soddisfare.

Per acque destinate al consumo umano si debbono intendere: tutte le acque trattate o non trattate, destinate a uso potabile, culinario o per la preparazione di cibi o per altri usi domestici, a prescindere dalla loro origine, siano esse fornite tramite una rete di distribuzione, mediante cisterne, in bottiglie o in contenitori; tutte le acque utilizzate in un’impresa alimentare per la fabbricazione, il trattamento, la conservazione o l’immissione sul mercato di prodotti o sostanze destinate al consumo umano, escluse quelle la cui qualità – secondo quanto determinato dalle autorità nazionali competenti – non può avere conseguenze sulla salubrità del prodotto alimentare finale.

La direttiva de qua è stata recepita dal legislatore nazionale nel 2001 con il D.lgs. n. 31 in materia di “attuazione della direttiva 98/83/CE relativa alla qualità delle acque destinate al consumo umano” in cui all’art. 4 si specifica che le  acque  destinate  al consumo umano devono essere salubri e pulite. A tal fine, le acque destinate al consumo umano: a) non devono contenere microrganismi e parassiti, né altre sostanze, in quantità o  concentrazioni  tali da rappresentare un potenziale pericolo per la salute umana; b) fatto  salvo  quanto  previsto  dagli articoli 13 e 16, devono soddisfare  i  requisiti minimi di cui alle parti A e B dell’allegato I; c) devono  essere  conformi  a  quanto previsto nei provvedimenti adottati ai sensi dell’articolo 14, comma 1.

Di seguito, è specificato che l’applicazione delle disposizioni del decreto non può avere l’effetto di consentire un deterioramento del livello esistente della qualità delle acque destinate al consumo umano tale da avere ripercussioni sulla tutela della salute umana,  né  l’aumento dell’inquinamento  delle  acque  destinate  alla  produzione di acqua potabile.

– Con la direttiva 91/676/CEE (15) del Consiglio, 12 dicembre 1991, che reca disposizioni volte alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole e ad evitare il più possibile tale fenomeno.

In quest’ultima direttiva è specificato che la sua emanazione deriva dalla considerazione che nel libro verde della Commissione europea “Prospettive per la politica agricola comune”, concernente la riforma della politica agricola comune, si afferma che mentre per l’agricoltura comunitaria è necessario l’impiego di fertilizzanti contenenti azoto e concimi organici, l’uso eccessivo di fertilizzanti costituisce un rischio ambientale; che per controllare i problemi derivanti dall’allevamento intensivo è necessaria un’azione comune e che la politica agricola deve prendere maggiormente in considerazione la politica ecologica. Il suo precipuo obiettivo è quello di ridurre l’inquinamento delle acque causato direttamente o indirettamente dai nitrati di origine agricola, nonché di prevenire qualsiasi ulteriore inquinamento di questo tipo. Ai fini normativi, per “inquinamento”, si intende lo scarico effettuato direttamente o indirettamente nell’ambiente idrico di composti azotati di origine agricola, le cui conseguenze siano tali da mettere in pericolo la salute umana, nuocere alle risorse viventi e all’ecosistema acquatico, compromettere le attrattive o ostacolare altri usi legittimi delle acque.

Tale ultima direttiva è stata recepita dal legislatore nazionale nel 1999 con il D.lgs n. 152 in materia di “disposizioni sulla tutela delle acque dall’inquinamento e recepimento della direttiva 91/271/CEE concernente il trattamento delle acque reflue urbane e della direttiva 91/676/CEE relativa alla protezione delle acque dall’inquinamento provocato dai nitrati provenienti da fonti agricole”.

 

 

[1] Nel regolamento istitutivo si legge che “l’Autorità offre consulenza scientifica e assistenza scientifica e tecnica per la normativa e le politiche della Comunità in tutti i campi che hanno un’incidenza diretta o indiretta sulla sicurezza degli alimenti e dei mangimi. Essa fornisce informazioni indipendenti su tutte le materie che rientrano in detti campi e comunica i rischi”; “l’Autorità contribuisce ad un livello elevato di tutela della vita e della salute umana e a tal fine tiene conto della salute e del benessere degli animali, della salute dei vegetali e dell’ambiente, nel quadro del funzionamento del mercato interno”; “l’autorità raccoglie e analizza i dati che consentono la caratterizzazione e la sorveglianza dei rischi che hanno un’incidenza diretta o indiretta sulla sicurezza degli alimenti e dei mangimi”.

[2] A tal proposito, il considerando n. 21 del Reg. CE n. 178/2002 stabilisce che: “Nei casi specifici in cui vi è un rischio per la vita o per la salute, ma permane una situazione di incertezza sul piano scientifico, il principio di precauzione costituisce un meccanismo per determinare misure di gestione del rischio o altri interventi volti a garantire il livello elevato di tutela della salute perseguito nella Comunità”.

In particolare, l’art. 7 del Regolamento medesimo prevede che : “Qualora, in circostanze specifiche a seguito di una valutazione delle informazioni disponibili, venga individuata la possibilità di effetti dannosi per la salute ma permanga una situazione d’incertezza sul piano scientifico, possono essere adottate le misure provvisorie di gestione del rischio necessarie per garantire il livello elevato di tutela della salute che la Comunità persegue, in attesa di ulteriori informazioni scientifiche per una valutazione più esauriente del rischio” par. 2. “le misure adottate sulla base del paragrafo 1 sono proporzionate e prevedono le sole restrizioni al commercio che siano necessarie per raggiungere il livello elevato di tutela della salute perseguito nella Comunità, tenendo conto della realizzabilità tecnica ed economica e di altri aspetti, se pertinenti. Tali misure sono riesaminate entro un periodo di tempo ragionevole a seconda della natura del rischio per la vita o per la salute individuato e del tipo di informazioni scientifiche necessarie per risolvere la situazione di incertezza scientifica e per realizzare una valutazione del rischio più esauriente”.